Origami

Di origine giapponese, la parola origami è composta dal verbo "oru" (=piegare) e dalla parola "kami" (=carta) e viene comunemente usata per definire una tecnica manuale che permette di realizzare figure e forme di ogni tipo mediante la piegatura di uno o più fogli di tale materiale. La parola "kami" ha però un significato ambivalente: nella sua pronuncia ha lo stesso suono della parola equivalente al nostro "divinità". Kami significa anche "superiore".
Lo ZEN e gli ORIGAMI

Legato alla filosofia Zen, l'origami giapponese è caratterizzato dalla predilezione per l'astrazione e l'essenzialità delle pieghe: deve essere la fantasia dell'osservatore a completare la figura rappresentata con semplicità ed eleganza. Impegno dell'origamista orientale è scegliere con cura la carta e studiare le proporzioni.

Partendo dal presupposto che la differenza esistente tra le cose è solo apparente, quando si piega un quadrato di carta si compie un gesto creativo in quanto si dà forma e si concretizza un'idea, si ottiene un oggetto compiuto e soggetto al deterioramento, come tutto ciò che esiste in Natura. Tale osservazione del Mondo per ricrearlo conduce alla sua comprensione, quindi all'illuminazione Zen.

Mentre per il piegatore giapponese la gioia nel realizzare un origami risiede nella danza delle mani che lavorano per realizzare la figura, per quello occidentale la soddisfazione deriva dalla riproduzione in modo quasi pignolo dei dettagli del soggetto rappresentato, rifinendo il modello con pieghe piane, appena accennate e curvilinee.

Periodo HEIAN

Del periodo Heian (714 - 1185 d.C.) è l'esemplare più antico di origami: un foglio pieghettato, il cui compito era quello di coprire la bottiglia del saké posta sull'altare, offerta propiziatoria durante le cerimonie religiose.
Del medesimo periodo sono i modelli stilizzati di una farfalla maschio (o-cho) e di una farfalla femmina (me-cho), applicati al collo delle bottiglie di saké usate nel rito augurale durante le cerimonie nuziali Shinto.
Si usava (e si usa tutt'ora) rappresentare la presenza della divinità all'interno dei recinti sacri dei templi Shintoisti con corde sospese, dalle quali pendono strisce di carta bianca piegate a zig-zag, dette "go-hei", al cui interno monaci e fedeli scrivono brevi preghiere: profonda è la fiducia riposta nel vento che, scuotendole, porta le parole alle orecchie degli déi. Nei templi buddisti, invece, si trovano esposti veri e propri grappoli di gru.
La carta, con il suo candore simbolo della purezza, è considerata il mezzo perfetto per comunicare con gli esseri divini.

Altro origami frequentemente usato era il "sambo", una specie di scatola realizzata per contenere le offerte di riso, sale e frutta disposte lungo le scalinate che conducevano ai templi.

Verso la metà del periodo Heian l'arte origami fece il suo ingresso nelle corti. Usata come pagamento per le tasse da parte del popolo, la sua qualità veniva attentamente vagliata da funzionari dello Stato. Alla Corte Imperiale la carta veniva ampiamente usata da nobili, favorite e supplici, essendo la maggior parte delle comunicazioni diffuse per iscritto e considerato indice di buon gusto piegare con raffinatezza una lettera.

I messaggi prendevano così la forma di fiori, farfalle, forme stilizzate oppure astratte, ma sempre in sintonia con il contenuto del messaggio, lo stato d'animo del mittente e la stagione.
Esisteva tutta una serie di "generi epistolari", ed un valido esempio è fornito da "le lettere del mattino dopo", inviate dopo un incontro amoroso clandestino per rassicurare l'amante riguardo il dolore provato al momento dell'addio e l'impaziente attesa dell'appuntamento successivo.
Quando uno dei due amanti non inviava tale messaggio, era per far capire che non desiderava ripetere l'esperienza e, automaticamente, la relazione era considerata conclusa.

Compito della lettera "tre righe e mezza", invece, era quello di ripudiare la moglie: la formula, lunga appunto tre righe e mezza, metteva la consorte nella situazione di dover radunare i propri averi e lasciare il tetto coniugale senza il bisogno di ulteriori atti formali.
Esistevano piegature speciali e note solo a pochi, usate per documenti estremamente riservati i quali, se aperti, recavano tracce visibili della violazione.

Il periodo KAMAKURA

Del periodo Kamakura (1185 - 1333 d.C.) è il "noshi": tale parola è l'abbreviazione di "noshi-awabi", una striscia di carne di mollusco marino seccata al Sole, un alimento molto importante nel Giappone del Medio Evo, la cui offerta era considerata un augurio di buona fortuna.
L'innovazione apportata dal noshi (il cui compito era quello di avvolgere tale alimento) risiede nel fatto che, per la sua realizzazione, non è necessario ricorrere a tagli, contrariamante ai modelli tradizionali.

Alcune famiglie inserirono nel loro stemma degli origami, e ne rimane traccia nelle rappresentazioni sui kimono risalenti a quel periodo.

Il mantenimento della tradizione dell'origami venne preservata tramandando oralmente le tecniche di generazione in generazione fino all'inizio del XVIII secolo, quando vennero realizzati i primi libri sull'argomento. I modelli presentati erano quelli appartenenti alla tradizione: bamboline, decorazioni, gru, rane, scatole, stelle.

La storia degli origami va di pari passo con quella della carta, quindi ha inizio in Cina nel 105 d.C., quando venne ottenuta con l'impiego della corteccia d'albero. Nel 610 d.C. un monaco buddista esportò la tecnica per la realizzazione di tale materiale in Giappone, il cui popolo contribuì a renderlo più morbido e resistente usando il riso.

La base di partenza per realizzare un origami è un foglio quadrato. La diffusione dell'interesse verso questa disciplina ha portato alla sperimentazione di nuove forme di partenza, come quella rettangolare, triangolare e circolare.

Tale voglia di innovazione ha portato anche all'utilizzo ed all'abinamento dei tipi più diversi di carta: cartoncino, velina, metallizzata, banconote, ecc.

Nella produzione della carta, l'artigiano giapponese lavora la scorza di gelso tagliandola in lunghe striscie, macerandola in acqua, impregnadola di amido e fissandola su di una intelaiatura di bambù. La carta robusta, spessa e ruvida viene chiamata kozo, mentre la mitsumata è morbida e liscia come un filato di cotone. La gampi, invece, è la carta migliore: setosa, spessa ed assai resistente, viene usata per produrre abiti, impermeabili e scarpe.

 

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