Nampa 2

Miei cari seguaci, accaniti lettori di blog e soprattutto mie carissime lettrici italiche, giappiche e di altri luoghi e dimensioni temporali, come promesso sono qui a spiegarvi il complesso mondo femminile giapponese in maniera semi-completa (che poi non so nemmeno cosa voglia dire).
Eravamo rimasti sospesi sul discorso relativo al primo tipo di approccio da effettuarsi dall’Italia attraverso una corrispondenza cartacea od elettronica, da me sconsigliata perché… andatevi a leggere la prima parte dell’articolo se volete sapere perché (Namba1)!
L’unica (forse) nota positiva nella corrispondenza cartacea è che le ragazze giapponesi, spesso mandano delle lettere davvero carine, con tanti disegnini, colori, stick e sono un vulcano di fantasia colorifica che porta spesso a conservare le loro fantastiche letterine pazzoidi.
In questa seconda parte del mio discorso volevo parlarvi invece in maniera più specifica dei siti attraverso i quali si possono contattare ragazzotte indigene (riferito al Giappone) senza far finta di volere solo un’amicizia letterale ma con lo scopo più o meno espresso di trovare l’anima gemella.
Mixxi, come già anticipatovi dal solerte Andrea, è una cosa tutta loro. So che molte/i giapponesi (oddio, adesso ricomincio…) passano ore a mandare email attraverso questo social network che purtroppo non può essere utilizzato al di fuori del Giappone.
Naturalmente io ho provato anche ad utilizzarlo da qui e la registrazione era praticamente andata a buon fine, tranne nell’ultimo passaggio, quando veniva chiesto l’indirizzo email del cellulare che prevede per forza un finale con softbank.co.jp o docomo.co.jp e simili (Softbank non è il nome di una banca come potrebbe pensare il lettore sprovveduto, ma insieme a Docomo è una delle più importanti compagnie telefoniche giapponesi).
Insomma non se ne esce. Mixxi è inutilizzabile oltre arcipelago giappico.

Livemocha invece è troppo indirizzato allo studio delle lingue e quindi se si contatta qualche ragazza lei crederà veramente che noi possiamo essere interessati allo scambio di informazioni sulla lingua e non gli passa proprio per la capa che quello della lingua rappresenta nella nostra mente deviata un cavallo di troia per acchiappare la nostra geisha.
Ho provato anche Livemocha ma i risultati sono stati pessimi. Loro vogliono davvero scambiare informazioni sulle lingue. Ma che mondo di pazzi dico io… Scambiarsi opinioni sullo studio delle lingue in un sito dove si studiano le lingue. Secondo voi è normale? Bah…
Un ultimo sito gratuito dove si può tentare è Soulmatesjapan.com, ma anche lì i miei risultati personali ballano tra il pessimo e il pessimo con disonore.
Comunque, altro tentativo che si potrebbe fare è quello di registrarsi su un sito a pagamento come AdulFriendFinder (AFF), Meetic o quello su cui mi ci sono dedicato di più: Japancupid.com.
Il motivo per il quale mi sono accanito su quel sito è perché qualche anno fa, prima di andare in Vietnam, provai a registrarmi sul sito gemello Vietnamcupid.com e beh, ragazzi, che Dio lo abbia in gloria. Grazie ad esso in Vietnam ho conosciuto tantissime ragazze, e nei primi 3 giorni ad Hanoi mi sono fidanzato 4 volte, finché, arrivato ad Huè ho trovato poi una ragazza davvero interessante (Hien), sempre conosciuta sul sito, e me la sono tenuta per un paio d’anni, recandomi poi altre 2 volte in Vietnam.
Ho avuto così tanto riscontro con Vietnamcupid.com che sono poi rimasto negativamente meravigliato dal fatto che invece su Japancupid.com non si riesce proprio a cavare un ragno dal buco.
Le ragazze sembrano iscriversi per ricevere complimenti, ma quando le si contatta solitamente dopo poco tempo non rispondono più o cominciano a parlare a monosillabi, facendoti capire che hanno altro a cui pensare.
E’ davvero un peccato, miei assidui lettori e divoratori di notizie. In definitiva, anche se a malincuore devo ammettere che Japancupid.com è un’altra delusione. In realtà qualche incontro sono anche riuscito a rimediarlo attraverso il sito, ma la media è la seguente: su 1000 ragazze contattate, rispondono circa in 5 e su quelle 5 forse con una, se va bene, si riesce ad uscire, ma senza ottenere nulla.

Esiste anche un sito chiamato TMA (Transpacific Marriage Agency) che si propone come scopo il mettere in contatto ragazze giapponesi con ragazzi di altri paesi a scopo matrimonio, ma da quanto ne so anche li si paga e si resta all’asciutto.
Ci sono poi in giro altri siti e chat da poter frequentare e facendo una rapida ricerca su internet si trovano senza difficoltà, ma per quella che è la mia esperienza non si rimedia nulla.
E’ inutile. Bisogna rassegnarsi. L’unica è andare in loco e provare a conoscerle direttamente. Ma credete che sia facile? Illusi !!! (risata demoniaca). Ma questo sarà argomento del prossimo articolo.
Come avrete notato, ci stiamo avvicinando sempre più dall’Italia al Giappone nella nostra ricerca della nippo-metà, studiando le tecniche più utili e anche originali per far cadere l’ignaro angioletto con gli occhi a mandorla nella nostra rete a strascico amatoria.

Ma a questo punto vorrei uscire un momento dal discorso e raccontarvi un episodio accadutomi un paio d’anni fa che può farvi capire l’importanza dello studio della lingua giapponese e l’imbecillità del sottoscritto.
Ero soggiornante (ma come parlo?) all’hotel Chisun Inn ad Osaka, zona Shinsaibashi, e volevo chiamare mia madre a casa. Ora, provando a chiamare dalla camera non riuscivo proprio a raggiungerla e così andai alla reception dove c’era un ragazzotto che parlava solo giapponese (credo fosse proprio giapponese).
Quando riuscii a gesti, non so come, a fargli capire che dovevo chiamare in Italia la sua risposta fu “Dekinai”, con le braccia incrociate tipo power rangers, al che io, trasformandomi in pochi attimi da turista interessato e cortese a borgataro ignorante e becero ribattei “Dekinai un par de ciufoli” (non era proprio ciufoli la parola espletata, lascio sviluppare la vostra immaginazione dandovi un aiutino: cercate su youtube la stessa frase enunciata da Bombolo a Tomas Milian dopo che quest’ultimo si rivolge al primo dicendo: “pokoto pokoto”).
Insomma, quel dekinai, pur non capendo cosa volesse dire non lo mandai giù e così, nonostante fossero quasi le 2 di notte, feci capire al malcapitato dietro al bancone che non me ne sarei tornato in camera finché non avesse risolto il problema.
Il dekinai-boy, dopo una serie infinita di incroci di braccia ad indicarmi che non si poteva telefonare decise di chiamare la polizia (per un attimo ho creduto veramente che fosse uno dei power rangers ed ho tirato fuori il mio mattarello in tek di Kamakura, con il quale ho fatto un corso di auto difesa, nel senso di difesa da auto in corsa; la difesa non funziona mai e le automobili ti passano sopra, ma la tradizione legata allo strumento è molto interessante). Io aspettai impettito e risoluto, pensando che era meglio così. Infondo era un mio diritto poter chiamare i miei cari e se il telefono non funzionava che risolvessero il problema, con tutta la tecnologia di cui godono questi techno-samurai futuristici…

Arrivarono subito due poliziotti, un uomo, versione giapponese di Primo Carnera, grosso come un grizzly e simpatico come Brunetta, e una polizotta, alla quale prima di spiegare l’accaduto feci naturalmente un complimento per la bellezza, con il grizzly-tyson che mi guardò tipo Ivan Drago quando guardava Rocky prima dell’incontro in cui poi lo spiezza in due (ma poi Rocky si vendica e alla fine vince, …Adrianaaaaa!!!).
La polizotta fu comunque molto gentile e mi fece accompagnare dall’ormai sconfitto e ferito nell’orgoglio nipponico dekinai-man (era boy prima dell’arrivo della polizia che facendogli capire che doveva aiutarmi a risolvere il problema lo fece invecchiare in breve tempo di 10 anni) a telefonare da una cabina non distante dall’albergo.
Andammo tutti e quattro (io, miss poliziotta osakese, il dekinai-power ranger e Antonio Inoki-sguardo assassino e antipatico) ad un telefono a gettoni lì vicino e mi venne spiegato come fare per chiamare a casa e così feci (nel frattempo notai che dall’altra parte della strada c’era un soba-ya pieno di ragazze nonostante l’ora tarda e potete immaginare cosa significasse per la mia già provata salute mentale vedere quelle meraviglie mangiare da sole, senza nessuno che le aggredisse con complimenti e invio di baci a distanza e occhiolini, mentre io ero circondato dalla Gestapo nipponica mentre chiamavo i miei).

Il telefono squillò… Pronto?”, “Ciao Mà!”, “Ciao Flavio, tutto bene?”, “Si, ti richiamo domani”, “Ok, ciao”, “Ciao”, per il record fino ad allora imbattuto di 2 secondi e 13 di telefonata (ma punto a scendere sotto i 2 secondi netti entro il 2013).
I 3 mi guardarono inebetiti e tornando indietro verso l’albergo, mentre io mi scusavo con la poliziotta per l’accaduto facendole però capire che infondo era un mio diritto poter chiamare a casa e che se l’albergo non era in grado di offrire quel servizio era un loro problema e dovevano rimediarvi, cercai invano di chiederle di uscire in futuro, mantenendo un occhio sullo Yeti con gli occhi a mandorla pronto con il mattarello qualora avesse avvicinato la mano alla fondina della pistola.
Salutai così i miei compagni d’avventura e me ne tornai in camera tronfio e appagato dall’avergliela fatta vedere a quel portiere mezza tacca che… che… e fu proprio in quel momento che per caso il mio sguardo assonnato si posò distrattamente sul telefono malfunzionante.
A volte osservare le cose da un’altra angolatura fa vedere l’oggetto sotto una nuova luce, c’avete fatto mai caso? Infatti spesso quando vado ad una mostra e visito una sala, la rivisito poi entrando al contrario per avere la visione degli oggetti esposti da un’altra angolatura e spesso mi rendo conto di particolari che prima non avevo proprio notato.
Fatto sta che vidi una scritta sfocata. Mi lucidai gli occhi e lessi, in perfetto inglese questa frase: “Non è possibile effettuare telefonate internazionali con questo telefono”.
Un brivido freddo mi scorse lungo tutta la schiena. In un attimo capii, raggiunsi l’illuminazione, il Nirvana e tutto divenne chiaro.
Il ragazzo alla reception, non parlando una parola d’inglese, cercò di farmi capire che non era possibile chiamare all’estero ma non perché il telefono era rotto, ma perché non si poteva proprio con quel telefono, com’era segnalato a caratteri cubitali sull’apparecchio stesso, mentre io capii che non era possibile perché era guasto!
Che figura di m… Sprofondai nelle coperte mettendo da parte la geniale idea di andare a raggiungere le ragazze di cui sopra, in quanto sarei dovuto ripassare davanti alla reception e proprio non era il caso (credo che lui lo sperasse e sono certo che lo avrei trovato ad aspettarmi in karateji con il nunhacku attorno al collo.
L’aspetto positivo però è che quel giorno imparai il significato del termine “dekimasen” o “dekinai”, nel colloquiale, ovvero “non avere la capacità, non essere possibile”. Questo è l’aspetto positivo.
Il negativo è che per i giorni a venire cercai sempre di vedere se al lavoro c’era “lui” e se non c’era uscivo disinvolto, anche se con la sensazione di essere seguito da risatine canzonatorie da parte dei colleghi. Ma forse era solo un’impressione.
Fatto sta che se i giapponesi considerano gli italiani un po’ scemi, credo di aver contribuito a modo mio a rafforzare questa convinzione.
Alla prossima.

Flavio san (a volte san Flavio)

 

 

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